(…) “Iscrivere lo stato di emergenza nella Costituzione” (François Hollande)? (…) La tendenza all’enfasi dei media incontra la mancata comprensione da parte dell’opinione pubblica e della compagine politica: ciò che ne sortisce è il panico. Segue una carnevalesca “suite infernale” di presunte “misure per la sicurezza”, utili certo, ma soprattutto ad accrescere le entrate delle ormai trionfanti aziende che operano nel campo della “security”.
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Nemico perfetto è l’autoproclamatosi “Stato islamico”: permette al tempo stesso la destabilizzazione dell’area fondamentale per l’approvvigionamento energetico, con conseguente possibilità di manovra e di sfruttamento delle risorse di petrolio e gas da parte degli “usual suspects”, e – al contempo – il lancio in grande stile di una strategia per il controllo globale dei cittadini che si avvale di una vera e propria miniera: le nuove tecnologie informatiche. E’ la quadratura del cerchio: la tavola era imbandita (le tecnologie per il controllo della popolazione erano pronte), mancava ciò che “desse il la”, autorizzando l’uso massiccio degli strumenti informatici in violazione del vecchio concetto di “privacy”. Il gran festeggiato a questa tavola imbandita sono i produttori di armi e chi produce sistemi di sponaggio delle comunicazioni private.
Indubbiamente vi è nei testi dell’Islam stesso una posizione conflittuale verso l’Occidente che non può essere negata. Il Corano, l’ “hadith” (ovvero i detti ed i comportamenti del profeta Mohammed), la “Ijmaa” (cioè il consenso che scaturisce dai dibattiti, interpretazioni, antecedenti), il “Qiyas” (i ragionamenti per analogia), sono intrisi di “anti-occidentalismo”. Numerose sono le affermazioni nel Corano (“Qur’an”, ovvero “recitazione ad alta voce”) contro la Gente di Scrittura (“ahl al kitab”, termine con cui si riferisce agli ebrei ed i cristiani).
Questo libro raccoglie le opinioni di alcuni mussulmani in Europa che ho voluto ascoltare, in alcuni casi nelle moschee (di Bruxelles, Milano, Marsiglia), in altri casi in istituti di cultura araba in Europa.
Emerge da questa lettura un variegato e caleidoscopico ritratto della visione dell’Occidente da parte di alcuni islamici rappresentativi dei modi di pensare presenti nelle loro comunità. I punti di vista raccolti vanno da tendenze sufi (che potrebbero probabilmente essere considerate fra le più moderate nei confronti dell’Occidente) a quelle wahlabite (le più fondamentaliste). Trovate qui il frutto di interviste ad un barista marocchino che lavora in una delle istituzioni dell’Ue a Bruxelles (e che abita nella ormai divenuta famosa Molenbeek), ad una ricercatrice algerina in embriologia molecolare a Parigi, ad una antropologa che dirige un istituto di cultura araba, ad un immam a Milano che esprime l’ostilità crescente della predicazione nelle moschee d’Europa. Infatti, se negli anni ’70 la parola d’ordine degli immigrati dal Nord Africa era “emulazione” dell’Occidente, ora è senza dubbio “lotta e difesa”.
In un momento in cui l’Europa pare svegliarsi dal lungo sonno dell’indifferenza nei confronti di una realtà della porta accanto – la presenza mussulmana nel nostro continente – emerge la percezione di un conflitto prima pervicacemente ignorato. I fatti di Parigi risvegliano da un lungo sonno. Mentre nelle periferie delle metropoli europee il conflitto era da tempo quotidianamente vissuto, mentre in due quartieri di Bruxelles non era di fatto possibile per una donna vestirsi all’Occidentale, politici e media evitavano l’argomento.
Se dalla lettura di questo libro emerge un rapporto dell’Islam con l’Occidente certamente problematico e spesso conflittuale, le interviste mostrano soprattutto il carattere molteplice del rapporto dell’Islam con l’Occidente, al di là ed al di fuori dei messaggi di volta in volta predominanti nel discorso politico e nei media in Europa.
CONTINUA IN “Ad Occidente. Occhi dell’Islam sull’Europa”

