Una Disneyland senza confini: il turismo

Ho incontrato oggi un cittadino britannico proveniente da quella splendida città che era Bath e che ora –  mi dice – è diventata “Disney”.  Sempre oggi la stessa cosa mi aveva detto di Pienza un amico toscano. Perfino la piccola, graziosa, sperduta, Lucignano è ormai ridotta a “Disney”, un parco divertimenti per annoiati della “middle-low class” che vagano ignoranti ed ignari da un luogo all’altro, senza che ciò abbia alcun senso, sotto il comando e l’impulso di compagnie aeree a basso costo.

Fu il grande Tiziano Terzani a coniare l’espressione, ovvero ad assimilare a Disneyland il vano vagare dei turisti alla ricerca di ciò che essi stessi distruggono al loro passaggio: la cultura, le tradizioni, il senso delle arti, architetture, luoghi.

Characters in front of Sleeping Beauty Castle

Scrisse Terzani: “Che brutta invenzione il turismo! Una delle invenzioni più malefiche! Ha ridotto il mondo ad un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini”. Fu lui a definire i turisti “nuovi invasori” e “soldatini dell’impero dei consumi”.

Combattono, senza gloria, una guerra senza senso, sotto le insegne di un consumismo di basso livello.

E’ una guerra del consumo dei luoghi e dell’anima dei popoli vinta in partenza.

IMG-Disneyland-Castle

I soldatini dell’impero dei consumi invadono i luoghi per alcuni anni, ovvero il tempo necessario per devastarne l’anima, il senso, il significato, per poi passare al prossimo campo di battaglia (ovvero meta turistica) quando ormai il luogo conquistato dal turismo non è più nemmeno lo spettro di ciò che fu.

E’ davvero sconcertante udire italiani dire che il turismo è il nostro petrolio e che l’Italia del Sud (ma anche l’intera penisola) deve trovare il suo futuro in quella che è la più devastante delle industrie.

E’ una idea da terzomondisti, da sottosviluppati culturali, seppur provenienti da un paese che è sempre stato crogiolo di eccellenza culturale ed artistica. L’Italia ha tutto e più di tutto per prosperare attraverso attività economiche di ampio respiro, avvedute, intelligenti, senza ricorrere a piani disperati di raccolta di denaro a breve termine (fra l’altro, essendo parte dell’area Euro, non beneficia nemmeno dell’ “atout” che rende appetibile il turismo per i paesi in via di sviluppo, ovvero l’ingresso nel paese di valuta pregiata).

Dice uno dei protagonisti del mio libro “La fortezza nemica”:in Marocco, non c’è economia. Cosa c’è da noi? Il turismo? Ma tutti preferirebbero che loro padre lavorasse in fabbrica, invece che mettersi a ballare per i turisti, salvaguardando la sua dignità, invece di fare la scimmia per gli stranieri in casa propria. Ed il turismo è una economia fragile: lo si vede ogni volta che una bomba esplode davanti ad un hotel, si entra in una fase di recessione perché i turisti non arrivano più” (dal racconto: “Nostra Signora VISA, che Dio la benedica”).

Le maledizioni contro il turismo provengono già “ante litteram” (da prima del turismo di massa) dalle più fulgide menti del passato. Già Arthur Schopenauer scrisse: “La vita dei nomadi si ritrova nella generalizzata vita da turisti. La prima fu causata dalla necessità, la seconda dalla noia” (nella raccolta “L’arte di essere felici”). E Standhal, sui turisti: “Un piccolo villaggio in Grecia e in Africa è per loro il colmo dell’audacia, e ancora non sanno camminare che in gruppi. Appena si vedono soli, hanno paura” (In “Il rosso e il nero”).

Consiglio la lettura degli ameni racconti di alcuni anti-turisti, raccolti inVia Ecce Homo”.

via Ecce Homo copertina 2

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