Giustizia all’italiana: le carceri

Oggi il garante per i diritti delle persone prive di libertà, Mauro Palma, ha illustrato il suo rapporto sulla situazione delle carceri in Italia: pessime e sovraffollate in violazione di diritti costituzionali, internazionali, umani.

Ho intervistato un uomo che ha passato quasi tutta la sua vita entrando ed uscendo da carceri italiane e poi, una volta sola, in Germania.

Lo chiamerò qui con un nome fittizio: Mario.

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Mario è entrato in carcere in Sicilia per la prima volta a 19 anni, per avere rubato un’ automobile. Voleva mostrare alla sua fidanzatina di avere “la macchina” che non poteva certo comprarsi con i miseri compensi che riceveva per il suo lavoro di raccoglitore di frutta nelle campagne.

In carcere, in Sicilia, è entrato in contatto con cosche mafiose. Una volta uscito, essendo noto “al paese” come delinquente ed ex carcerato non poteva certo sperare di migliorare e neppure di mantenere una attività lavorativa che gli consentisse di mantenersi. Ha quindi utilizzato gli indirizzi che gli sono stati dati in carcere ed è entrato in contatto con la mafia.

E’ la storia di molti: “ha fatto carriera” (come una volta ebbe a dire l’ex procuratore antimafia Pietro Grasso) e, pur rimanendo nel settore delle auto, ha ampliato i suoi reati in modo significativo, aggravando anche le condanne ed aumentando le detenzioni in carcere (ricettazione, frode, truffa, traffico internazionale di auto rubate, associazione a delinquere di stampo mafioso).

All’ennesima condanna, dopo numerosi soggiorni in carceri italiane, è scappato in Germania, ospite di altri mafiosi italiani che lo hanno introdotto al “bissinès” in quel paese.

Arrestato e condannato a pena detentiva in Germania, ha conosciuto la svolta: “avevo fatto solo le scuole elementari, non avevo mai tenuto un libro nelle mie mani…. mamma mia quanti libri in italiano ho letto in carcere in Germania! Io i tedeschi li rispetto: le loro carceri mi hanno fatto chiudere tutti i rapporti coi compari, in Sicilia io non voglio più incontrare nessuno”. E così è stato. Tornato in Sicilia ha chiuso i rapporti con la mafia, ha cessato di delinquere.

Ma non aveva scontato alcune pene che gli erano state comminate in contumacia durante la sua detenzione tedesca dalla “Giustizia” italiana (ormai è da mettere fra virgolette, perché si auto definisce così, malgrado l’evidenza). Dopo un lungo periodo in cui non è stato ricercato per scontare quelle pene, periodo durante in quale Mario si è comportato in modo irreprensibile, è stato catturato e riportato in carcere in Italia.

Si è così richiuso, ancora una volta attorno a Mario, il cerchio infernale nel quale la Giustizia all’italiana ha condannato questo uomo dal gran buon cuore.

Fra l’altro Mario ha commesso soltanto reati contro il patrimonio, mai contro la persona, perché “l’essere umano appartiene a Dio” (così mi dice): mai estorsioni, mai minacce, mai violenza privata, mai omicidi e stupri, perfino mai ingiurie; ha rifiutato le richieste della mafia di entrare nel traffico di droga e della prostituzione perché “è a vergogna”.

Ho parlato a lungo con Mario ora che ha di nuovo scontato tutte le sue pene detentive. In fondo, nella sua essenza, Mario è un galantuomo, nato in povertà, pieno di principi morali, un onest’uomo come se ne trovano pochi. La detenzione in carcere in Italia ha portato manodopera alla mafia. La detenzione in un carcere tedesco lo aveva restituito alla sua virtuosa natura, facendolo anche studiare, cosa che in Italia non era mai avvenuta. La “Giustizia” all’italiana lo ha condannato a diventare un criminale e non gli consente di uscire da quel ruolo, malgrado la sua volontà.

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